Come mi presento se sono multipotenziale?

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Arriva sempre, puntuale come la pioggia a Pasquetta quando hai organizzato una scampagnata.

Quel momento in cui sei in un ambiente nuovo, in un nuovo gruppo di amici, in un nuovo ufficio, in una serata di networking.

E tu fai di tutto per evitare la domanda, ma quella puntualmente arriva.

E tu chi sei? Presentati”

E lì inizi a ridacchiare nervoso, a mettere in fila le parole e cercare di impressionare il tuo interlocutore elencando le attività che svolgi.

Ma sono tante, troppe e avverti quel fastidio nel tuo interlocutore di chi non voleva sapere la storia della tua vita ma solo chi sei.

Come se fosse facile, come se bastasse una sola parola per descriverci.

Io sono…

Io sono…

Ma chi sono io?

In questo articolo parleremo di un tema molto delicato, soprattutto per chi, come i multipotenziali, hanno diverse passioni, portano avanti tante attività diverse che in un unico biglietto da visita non ci stanno tutte.

Vedremo anche qualche trucchetto per sopravvivere in questa società di specialisti e presentarci nel modo più efficace anche se siamo multipotenziali.

Ma prima se non sai ancora cosa sono i MULTIPOTENZIALI clicca qui sotto 😉

Adesso che sei pronto possiamo iniziare!

Ecco l’elenco di contenuti di questo articolo:

• Non sei il lavoro che fai

• Essere, Fare e Avere

• Strappare le etichette

• Fatti Furbo

• Esercizio – Costruisci le tue personas

Non sei il lavoro che fai

“La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere sé stessi.”

Hermann Hesse

Sembra che il modo più comune di presentarsi sia facendo risuonare a gran voce i nostri titoli.

“Ciao, mi chiamo Tiziana e sono un medico”
“Ciao, mi chiamo Giovanni e sono un cameriere”
“Ciao, mi chiamo … e sono …”

È una pratica molto antica se ci pensi.

Durante il mio ultimo viaggio a Madrid ho visitato il Palazzo Reale, un’imponente costruzione voluta dal re di Spagna, Filippo V, sulle macerie della fortezza di Alcazar, opera musulmana del tempo dei Mori.

Un posto incantevole, un palazzo bellissimo internamente più che esternamente, in pratica costruito interamente da architetti italiani e decorato da artisti del nostro Bel Paese.

Cosa c’entra questo palazzo con le presentazioni?

Molto più di quello che pensi.

Continua a leggere, ti svelerò un piccolo segreto.

Perché usiamo presentarci coi nostri titoli professionali?

Madrid 1764.

Il Palazzo Reale è terminato e il Re Carlo III può finalmente recarsi nelle sue stanze con a seguito la nobiltà madrilena.

Nel palazzo ci sono 3418 stanze, ma non tutti possono accedere a tutte le parti di questo palazzo immenso.

Il lascia passare era dato da quanto lunga e prestigiosa fosse la presentazione dei propri titoli nobiliari.

Ai tempi della nobiltà e delle monarchie, infatti, era importante essere presentati dai propri titoli di nascita poiché era secondo essi che si poteva o meno accedere alle stanze più prestigiose di palazzo.

Dichiarare i propri titoli a seguito del proprio nome era un modo per confermare o meno il proprio diritto a far parte della nobiltà e quindi di prendere parte delle decisioni sul futuro della nazione.

Durante il XIX secolo una nuova classe sociale iniziava ad affiancare la nobiltà durante gli incontri a palazzo: nasceva la borghesia.

I borghesi non avevano diritto di nascita di essere in quel palazzo, non avevano titoli familiari da far risuonare nei corridoi dei lussuosi palazzi: i borghesi si erano fatti da soli, erano i nuovi ricchi, e dovevano confrontarsi col pregiudizio e la ristrettezza mentale di chi, per diritto sanguino, occupava da secoli quelle stanze.

Così i borghesi, per non essere da meno, iniziarono a farsi annunciare elencando le loro attività commerciali e la loro importanza agli occhi della nobiltà aumentava a seconda di quanto prestigiosi erano i loro affari.

Col passare del tempo la borghesia prese il sopravvento: i nuovi ricchi avevano smantellato il potere della nobiltà, che intanto si impoveriva, e avevano costruito imperi commerciali e fabbriche.

Potettero finalmente mandare a scuola i loro figli per permettere loro di essere Avvocati, Dottori, Professori e Banchieri in modo da affermare ancora di più il loro potere e prestigio.

Quindi i titoli nobiliari vennero infine sostituiti coi titoli accademici e professionali, anche se la finalità era la stessa: differenziarsi e affermare il proprio prestigio in contrapposizione al ceto povero degli operai e alla decadente nobiltà, rimasta ormai senza laute rendite e senza potere alcuno.

Ecco perché ci presentiamo richiamando il nostro titolo lavorativo: per differenziarci, per comunicare al mondo il nostro prestigio e per aggiudicarci il diritto di parola.

Ma questa NON è la risposta alla domanda chi sei, questa è la risposta alla domanda cosa fai.

E non dovremmo confondere le risposte perché è proprio quando crediamo di essere quello che facciamo che le cose vanno a rotoli.

Cosa ne pensi di questo articolo?

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Essere, CREDERE, FARE e AVERE

“Se sei, se veramente sei, allora puoi credere, se credi fai, e se fai hai”.

Claudio Belotti

Ho conosciuto Claudio Belotti al seminario di Tony Robbins, il più grande formatore mondiale che ha avvicinato alla crescita personale centinaia di migliaia di persone negli ultimi vent’anni.

Era settembre 2011, ero a Rimini e per la prima volta assistevo ad uno degli event più scenografici e formativi di tutta la mia vita.

Avevo appena compiuto 20 anni, avevo iniziato il secondo anno della facoltà di Fisica e stavo aspettando l’esito di un esame medico molto importante che avrebbe decretato la fine o meno della mia più grande sfida, la mia malattia.

Ero una ragazzina, ero confusa e molto demoralizzata: sapevo cosa volevo, chi volevo essere ma non sapevo come riuscirci.

O meglio, ho scoperto in seguito che il modo per riuscirci che avevo intrapreso non era assolutamente quello giusto.

Claudio Belotti mi rimase particolarmente impresso perché disse una frase che d’allora ha caratterizzato il resto della mia vita:

“Non hai abbastanza fantasia per sapere cosa il futuro ti riservi”

Così quando scoprì il suo libro “LA VITA COME TU LA VUOI” pensai fosse destinato proprio a me e a nessun altro.

Il concetto che più mi è rimasto impresso è stato proprio quello dell’ESSERE, CREDERE, FARE E AVERE.

Il principio è che per AVERE o in questo caso FARE qualcosa è necessario crederci e per crederci dobbiamo sapere chi siamo.

La prima volta che ho letto questo concetto nel libro di Claudio sono rimasta molto sorpresa nel rendermi conto che non sapevo chi ero, non sapevo in cosa credevo e quindi sceglievo a caso cosa fare sperando di avere quello che volevo.

Non capivo quale fosse il problema: per alcune persone era così semplice, così lineare.

Glielo si sentiva dalla voce quando si presentavano: loro sono quello che fanno.

Eppure a me sembrava troppo limitativo.

Come fa un medico ad essere solo un medico, un insegnante ad essere solo un insegnante e un cameriere ad essere solo quello?

Come fanno tutti a non sentirsi soffocati nei limiti di un’unica e sola definizione?

Non siamo quello che facciamo, facciamo ciò siamo ed io volevo essere TUTTO!

IO FACCIO TUTTO E SONO MULTIPOTENZIALE

Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi.

Charles Evans Hughes

Ho avuto sempre difficoltà a identificarmi con quello che faccio in un determinato momento della mia vita. 
Per esempio adesso faccio l’Au Pair in una famiglia in Inghilterra e scrivo per questo blog e studio growth hacking e imposto funnel e imparo l’inglese e viaggio.

Nessuna di queste cose singolarmente rappresenta quello che sono.

Io sono quella che fa tutte queste cose.

La senti la differenza? La vedi?

Io NON sono quello che faccio, forse perché sono multipotenziale e quindi faccio tante cose, sempre diverse e sempre nuove, che sicuramente influiscono sul mio modo di essere ma non non lo definiscono.

La verità è che non c’è niente di più difficile di guardarsi allo specchio e vedere sé stessi per quello che realmente siamo.
Ed è ancora più difficile quando dobbiamo raccontarlo a qualcun altro chi siamo.

Perciò diventa facile dire sono un giornalista, sono un matematico, sono uno scienziato, sono un coach, sono un personal trainer…ma NON è detto che questo sia sufficiente a rappresentare te nella tua magnifica complessità.

Strappare le etichette

È possibile?

Diciamo di odiarle, le etichette.
Eppure le usiamo continuamente, non ne possiamo fare a meno.

Non è colpa della società, è il nostro cervello.

Categorizzare e mettere etichette per il nostro cervello significa velocizzare i ragionamenti e i collegamenti, saper distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è, ciò che sappiamo da ciò che non sappiamo. Ecco perché ne abbiamo bisogno.

Il fuoco è pericoloso, la mamma è buona e la scuola è noiosa.

Quello che non ci insegnano è che le etichette non sono esclusive ed assolute: il fuoco è pericoloso ma è anche buono quando riscalda; la mamma è buona ma è anche pericolosa quando è arrabbiata, la scuola è noiosa ma è anche divertente quando ci fa imparare giocando.

Questo vale per ogni categorizzazioni ed etichetta: NON esiste qualcosa che sia solo bianco o solo nero. Le sfumature sono una cosa molto importante ed è giusto prenderle in considerazione.

Quindi NON serve strapparle le etichette, anche se sarebbe bello smettere di essere omologati ed iniziare ad essere unici.

Nessuno che ti impone di classificarti.

Lo puoi fare, puoi provarci. Lo sai che sono una fan della libertà.
Ma sono una fan anche della consapevolezza, perché devi sapere che per essere libero dalle etichette ci sono delle condizioni che devi accettare: la mancanza di omologazione, di riconoscimento sociale porta all’isolamento.
Gli esseri umani, le persone che ti circondano, non sono capaci di rapportarsi con qualcosa che non capiscono, che non riescono a catalogare.
NON sano se si possono fidare, NON sanno chi sei.

Pensaci. Lo fai anche tu.

Immagina di essere al supermercato e di vedere tra tutti i prodotti perfettamente etichettati, riconoscibili e identificabili una singola scatola senza nessuna indicazione di quello che contiene.

La compreresti? Ti fideresti? Sapresti a priori che potrebbe fare al caso tuo?

Siamo 7 miliardi di persone sulla Terra e per quanto ci sforziamo di essere unici e speciali – cosa che siamo perché ognuno di noi è diverso da chiunque altro – 7 miliardi di persone sono tante, troppe.
Non abbiamo il tempo in una vita sola di conoscere profondamente tutti per decidere con chi vogliamo condividere il nostro percorso, di chi è meglio fidarsi e con chi è più divertente uscire la sera. Dobbiamo fare una cernita di chi vale la pena conoscere e le etichette aiutano molto in questo perché ci indicano dove focalizzare la nostra attenzione.

Non è giusto, dici?

Forse. Ma possiamo lamentarci quanto vuoi che questa società fa schifo perché giudica i libri dalla copertina, ma la verità è che non ne possiamo fare a meno.

Ora che lo sai…

Fatti furbo

C’è un altro modo.

Un buon compromesso tra la tua libertà e il bisogno di essere parte integrante della società.

Puoi trovare un’etichetta che  NON ti stia stretta.

Un’etichetta che abbia un significato profondo.

Un’etichetta he ti faccia sentire libero di esprimere te stesso come ritieni sia più giusto.

Un’etichetta che ti faccia sentire parte di qualcosa.

Per questo è nato il nome “Multipotenziale”.

Abbiamo bisogno di un’etichetta, abbiamo bisogno di riconoscerci fra di noi, di condividere e di sentire che apparteniamo a qualcosa.

Fai attenzione!
Multipotenziale non è un’etichetta qualunque.

Il termine Multipotenziale riesce a raccontare la nostra complessità, è criptico, presuppone la varietà e nello stesso tempo riesce a delineare i nostri punti in comune, a farci percepire affidabili e a permetterci di riconoscerci.

È un’etichetta, sì, ma un’etichetta speciale perché non omologa ma differenzia, il che presuppone molta flessibilità mentale perché dentro ci siamo noi, che siamo di tutto un po’ e un po’ di tutto.

 

PS –> Sei già dentro il gruppo più pazzo e multipotenziale d’Italia?

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Sonia Elicio

Fondatrice del blog “The Multipods Revolution“, Autrice del libro “La Rivoluzione Multipotenziale“, Life & Career Designer, Marketer,  Content Creator, Travel Influencer… nel tempo libero sviluppo i miei superpoteri! ;)

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